Il terribile Tsunami che nel 2004 devastò il sud-est asiatico visto con gli occhi di una famiglia di sopravvissuti. Il regista spagnolo Bayona, già noto per "The orphanage", dirige una produzione con un ottimo cast americano, e passa da un racconto di orrore fittizio a una storia a lieto fine completamente reale. Fin dalle prime scene è chiara la dicotomia tra la calma e la serenità del luogo incantevole in cui si svolgono gli eventi, e la paura e il caos che colpirà non solo persone ed edifici, ma anche gli equilibri emotivi che legano gli esseri umani, primi fra tutti i componenti della famiglia protagonista, costretta a ritrovarsi e a riscoprirsi. Ottimi gli effetti visivi, per quanto la tragedia sia solo lo sfondo per una pellicola che intende prima di tutto indagare gli affetti, e solo successivamente ricostruire il disastro. Proprio in questo si nota forse il punto più fragile del film, imbrigliato in molte scene nella sindrome da lacrima facile, e in netta difficoltà nel lasciarsi andare a un più crudo racconto di realismo. Notevoli comunque alcune scene, in cui Bayona mostra i dettagli cruenti del post tragedia, relegando tuttavia l'altrui dolore a poche, fragili situazioni. Straordinaria l'interpretazione del giovane Tom Holland, nuovo Billy Elliott, che tratteggia un Lucas coraggioso e commovente sia nelle scene in coppia con Naomi Watts (bello il dipanarsi del loro rapporto fatto prima di distanza, poi di profondo amore) sia in quelle in cui è solo davanti alla cinepresa. Produzione spagnola, anche nella perfetta colonna sonora di Fernando Velàzquez.
Per quelli convinti che l'amore dei propri cari possa far accadere l'impossibile. ♥♥♥½
sabato 9 febbraio 2013
sabato 8 settembre 2012
Come non detto
Commedia pop sul coming out e l'accettazione. Il venticinquenne Mattia (Josafat Vagni) è gay ma ha paura a confessarlo ai genitori e al mondo. Alla vigilia della partenza per Madrid, dove andrà ad incontrare il fidanzatino Eduard (Josè Dammert), sarà costretto dagli eventi a trovare il coraggio per dire quella che lui ritiene una tragica rivelazione.
L'esordio alla regia di Ivan Silvestrini, da un romanzo e una sceneggiatura di Roberto Proia, è finalmente una pellicola delicata e convincente che smorza i toni sull'identità sessuale e indaga il tema dell'omosessualità con un occhio che si mantiene ben equilibrato tra messaggio sociale e visione disincantata e comica. I personaggi di Come non detto - etero o gay che siano - sono alle prese ognuno con la presa di coscienza di sè, delle proprie fragilità, in una danza corale di nevrosi, tensioni, paure, frasi sussurrate o non dette, in cui però la risoluzione verrà in maniera automatica e senza il peso drammatico a cui registi come Ferzan Ozpetek ci hanno finora abituato: una sorta di alleggerimento dei temi, senza che vi si accompagni uno sminuire degli stessi. Il risultato è un film che parte con un equivoco e scorre via con poche impefezioni, composto da flashback tragicomici della vita di Mattia, impreziositi da battute sempre al posto giusto, sempre ben calibrate, grazie anche all'ottima interpretazione dell'intero cast, così perfetto nel mettere in scena ognuno i propri drammi della quotidianità. C'è la madre nevrotica (Monica Guerritore), il padre maschilista e donnaiolo (Ninni Bruschetta), la nonna che non si rassegna alla pensione, la sorella coatta sempre incinta del fidanzato meccanico, e poi ci sono gli amici di Mattia, unici custodi del suo segreto: la bellissima Stefania (Valeria Bilello), perdutamente innamorata di lui, e lo straordinario Giacomo (Francesco Montanari, "il libanese"), lavandaio di giorno e drag queen di notte, in qualche modo unico tramite con quel mondo che Mattia riesce solo a sfiorare senza aver mai il coraggio di abbracciare a pieno. Una commedia gay "normale", dove l'omosessualità è finalmente solo una caratteristica umana su cui poter ironizzare, e che strappa una lunga serie di risate al pubblico in sala. Una piacevole sorpresa riguardo a un tema ancora scomodo, che troppo spesso viene indagato con stupidi cliché o eccessiva enfasi.
Per quelli orgogliosi di sè ma con la paura di urlarlo al mondo. ♥♥♥½
L'esordio alla regia di Ivan Silvestrini, da un romanzo e una sceneggiatura di Roberto Proia, è finalmente una pellicola delicata e convincente che smorza i toni sull'identità sessuale e indaga il tema dell'omosessualità con un occhio che si mantiene ben equilibrato tra messaggio sociale e visione disincantata e comica. I personaggi di Come non detto - etero o gay che siano - sono alle prese ognuno con la presa di coscienza di sè, delle proprie fragilità, in una danza corale di nevrosi, tensioni, paure, frasi sussurrate o non dette, in cui però la risoluzione verrà in maniera automatica e senza il peso drammatico a cui registi come Ferzan Ozpetek ci hanno finora abituato: una sorta di alleggerimento dei temi, senza che vi si accompagni uno sminuire degli stessi. Il risultato è un film che parte con un equivoco e scorre via con poche impefezioni, composto da flashback tragicomici della vita di Mattia, impreziositi da battute sempre al posto giusto, sempre ben calibrate, grazie anche all'ottima interpretazione dell'intero cast, così perfetto nel mettere in scena ognuno i propri drammi della quotidianità. C'è la madre nevrotica (Monica Guerritore), il padre maschilista e donnaiolo (Ninni Bruschetta), la nonna che non si rassegna alla pensione, la sorella coatta sempre incinta del fidanzato meccanico, e poi ci sono gli amici di Mattia, unici custodi del suo segreto: la bellissima Stefania (Valeria Bilello), perdutamente innamorata di lui, e lo straordinario Giacomo (Francesco Montanari, "il libanese"), lavandaio di giorno e drag queen di notte, in qualche modo unico tramite con quel mondo che Mattia riesce solo a sfiorare senza aver mai il coraggio di abbracciare a pieno. Una commedia gay "normale", dove l'omosessualità è finalmente solo una caratteristica umana su cui poter ironizzare, e che strappa una lunga serie di risate al pubblico in sala. Una piacevole sorpresa riguardo a un tema ancora scomodo, che troppo spesso viene indagato con stupidi cliché o eccessiva enfasi.
Per quelli orgogliosi di sè ma con la paura di urlarlo al mondo. ♥♥♥½
mercoledì 7 settembre 2011
Con gli occhi dell'assassino
Il nome di Guillermo Del Toro nuovamente accostato ad un horror psicologico di provenienza spagnola, da alcuni anni florida patria del genere. Belen Rueda, sensualissima donna già vista in The Orphanage, indaga sulla misteriosa morte della sorella, apparentemente toltasi la vita a causa di una cecità peggiorativa che presto colpirà anche lei. Ma i dettagli del suicidio si fanno più offuscati via via che la pellicola procede e la vista della protagonista - e con lei quella di noi spettatori - va calando. Personaggi misteriosi la portano sulla pista di una misteriosa entità che vive nel buio, mentre le sue credenze vacillano e con loro anche la sua sanità mentale. Potremmo definirlo un thriller sulle orme di Hitchcock, grazie ad alcuni espedienti narrativi molto azzeccati (quando la protagonista a metà film diviene cieca, anche a noi spettatori non vengono più mostrati i volti delle persone con cui lei interagisce, lasciandoci al pari suo totalmente ignari di chi abbiamo effettivamente davanti), e per una tensione costante che proviene dai sensi alterati e dalla percezione costante dell'ignoto che ci circonda. Ma l'accostamento col maestro non può prescindere anche dell'evidenziazione di alcuni vuoti narrativi del film, in alcuni passaggi fin troppo semplicistico e aderente a un cinema moderno di maniera dove la paura è più "ambientale" che narrativa: rumore, figure che spuntano dal buio, urla. Non per questo un prodotto privo di una sua valenza stilistica, con decise interpretazioni ed un messaggio di fondo - quello dell'invisibilità e della paura nel disvelarsi - che rende il succo della storia molto più potente e ricco di quanto apparentemente ci si immagina avventurandosi nella sua visione.
Per coloro i quali non temono il buio e il suo nascondere le cose. ♥♥♥½
Per coloro i quali non temono il buio e il suo nascondere le cose. ♥♥♥½
martedì 6 settembre 2011
Frozen
Paura e terrore dalle cose quotidiane: che succederebbe se si dimenticassero di voi sopra ad una seggiovia? Il regista Adam Green gioca sull'assurdo (ma nemmeno poi tanto) ficcando dentro a questa imbarazzante situazione i suoi tre protagonisti, sospesi loro malgrado sopra un'infinita e solitaria distesa di neve, senza possibilità di fuga seppure in una condizione di libertà totale. Appartenente al filone dell'horror claustrofobico - anche se la fobia non è generata dall'utilizzo di ambienti stretti, quanto piuttosto dall'idea di compressione fornita dalla situazione su cui dipana la storia - Frozen è forte di dialoghi semplici ma incisivi, in un crescendo narrativo dove di minuto in minuto apparirà sempre più chiaro - ai protagonisti come a noi - che l'attesa sulla seggiovia non è altro che l'attesa della morte. Buonissima fotografia e decise prove attoriali da parte dei giovani attori, meno brillanti alcuni espedienti di pericolosità a cui i tre verranno sottoposti: alla fine, diventa tutta una questione tra loro e i lupi. Feddo e glaciale, senza troppi fronzoli, e girato con un budget limitato, ma non per questo scarso: Frozen è terrore che nasce da dentro, da quelle ancestrali sofferenze che fanno parte di ognuno di noi, e che sembrano impossibili da provare fin tanto che una concomitanza di fattori inaspettati non ci pone davanti alla questione.
Per quelli che ogni volta che salgono sopra ad una seggiovia hanno la costante paura che possa cadere. ♥♥♥
Per quelli che ogni volta che salgono sopra ad una seggiovia hanno la costante paura che possa cadere. ♥♥♥
mercoledì 27 aprile 2011
Cappuccetto Rosso sangue
La regista del primo Twilight rilegge una delle favole più famose del mondo, fornendole un'indole più horror e un aspetto da teen drama pruriginoso. Così Cappuccetto diventa un'adolescente vogliosa, contesa da due bellocci (il biondo e il moro, tanto per alimentare l'eterna lotta tra il fascino nordico ed elegante e quello mediterraneo e sensuale), la nonna si trasforma in un donnino sprint dai capelli rasta, e il lupo è immancabilmente mannaro. Il peso più grande nel seguire questo filmetto gotico non sta tanto nei dialoghi spesso imbarazzanti o nella costante idea che ogni scena sia lo scarto di qualche produzione più costosa, ma nel difetto evidente di non sapere mai generare la minima tensione nello spettatore. Il risultato è un'ora e mezza che scorre via senza che ci sia stata una reale utilità a tutto quello che è stato messo in scena: nessun approfondimento sul terrore generato dal lupo, nessuna suspance durante le sue aggressioni, nemmeno una reale necessità di parteggiare per l'uno o per l'altro dei due contendenti amorosi, dato che fin da subito appare chiaro quanto la lotta sia assolutamente impari. Cavalcare l'onda emotiva delle ragazzine sta diventando un pericoloso gioco al massacro, e porta verso film sempre più vuoti e approssimativi. Un peccato, perchè l'idea di base poteva essere interessante ed osare un po' di più nell'aspetto cupo della storia poteva generare un film quantomeno dignitoso e disturbante.
Per quelli che hanno esaurito le favole della buonanotte da raccontare alle proprie bambine. ♥♥
Per quelli che hanno esaurito le favole della buonanotte da raccontare alle proprie bambine. ♥♥
sabato 23 aprile 2011
Scream 4
La premiata ditta Williamson-Craven ritorna per il quarto capitolo della riuscita saga horror che negli anni '90 aveva saputo rilanciare il genere del teen splatter seriale addizionandolo con una gustosa vena umoristica. La portasfighe Sidney Prescott (Neve Campbell) fa una visita nella sua cittadina Woodsboro per promuovere il libro che racconta le tragiche vicende vissute dieci anni prima; un emulatore del killer Ghostface ritorna con lei, dando vita ad una nuova catena di omicidi ai danni di brufolosi adolescenti e procaci donzelle. "Nuovo film, nuove regole": ed ecco che gli autori provano a tenere in piedi la baracca superando loro stessi in ironia e comicità. La paura è quasi totalmente bandita da Scream, sostituita da un vero e proprio trattato sugli horror americani che mira da un lato a cavalcarne i clichè, dall'altro ad inquadrarli con vena critica con il pregevole tentativo di indicarne i difetti più lampanti e prenderne quindi le distanze. Il risultato è un film che sa ancora divertire, che presenta qua e là alcune trovate geniali (la sequenza a matrioska dell'inizio, lo spiegone dell'assassino e gli stupidissimi modi per non farsi scoprire, l'immancabile happy ending che in qualche modo ribalta le aspettative dello spettatore, ecc ecc), secondo un'autoironia più o meno implicita a cui Craven ci ha spesso abitutato nel suo cinema. In un'epoca in cui l'horror seriale appare stanco e fuori tempo, è gustoso lasciar scorrere via un'ora e quaranta di film dove agli effetti sonori spaventevoli si accavvallano battute dissacranti che distruggono il genere stesso rendendolo cinema sul cinema. Una delle poche saghe dove non ci si concentra su come o perchè morirà una vittima, ma piuttosto sull'osservare quali espedienti classici verranno utilizzati affinchè questo accada.
Per quelli che non si perdono mai nemmeno un horror pur sapendo che è la solita vecchia fuffa. ♥♥♥
Per quelli che non si perdono mai nemmeno un horror pur sapendo che è la solita vecchia fuffa. ♥♥♥
mercoledì 23 marzo 2011
Sucker punch
Manicomi, sale da ballo, templi giapponesi, draghi, zombie nazisti, pistoleri meccanici, e un sosia di David Carradine: non è un incubo post cena a base di acciughe e peperoni, ma il delirio videoludico firmato da Zack Snyder, che nella sua ultima fatica ci presenta un concentrato pop in cui il cinema d'azione nipponico stringe la mano alla tamarraggine americana. La giovane Babydoll, in attesa di essere lobotomizzata per volere del crudele patrigno, trova il modo di sfuggire dall'ospedale psichiatrico in cui è internata rifugiandosi in un mondo di fantasia dove il reale diventa videogioco e tinge il tutto di salse fantasy. È difficile parlare di un prodotto dove l'immagine conta molto di più del soggetto, secondo un filo logico a cui il regista di 300 e Watchmen ci aveva già abituato: in Sucker Punch la cosa importante non sembra essere chi o cosa sia il centro della storia, quanto piuttosto seguirne le gesta all'interno di un grande piano dai contorni talmente assurdi da essere per questo geniali. Verità e sogno si uniscono per dar vita ad una pellicola che è l'emblema stesso dell'intrattenimento del 21esimo secolo, dove i fondali virtuali prendono il sopravvento fornendo all'immagine un'ambientazione a metà tra il fumetto e il videogioco, in una danza fatta di rimandi e citazioni a varie forme di spettacolo. Un calderone in cui trovano spazio games come Call of Duty, Doom, Dungeons & Dragons, ma anche film come Kill Bill, Terminator, e persino Moulin Rouge nella deliziosa scena cantata - completamente slegata dal contesto precedente - che accompagna i titoli di coda. Completa il quadro un cast prepotentemente femminile (come in una moderna favola con protagoniste giovani Amazzoni), ed una colonna sonora zeppa di grandi hit rivistate in chiave rock, che donano alle scene un aspetto da videoclip. Un trip curioso, esperimento di cinema di sostanza e di grande tecnica visiva.
Per quelli che al cinema si porterebbero un joystick per comandare i protagonisti nelle scene in cui menano le mani. ♥♥♥½
Per quelli che al cinema si porterebbero un joystick per comandare i protagonisti nelle scene in cui menano le mani. ♥♥♥½
giovedì 3 marzo 2011
Unknown - Senza identità
Importante scienziato (Liam Neeson), a Berlino con la moglie per partecipare a una fondamentale conferenza che potrebbe rivoluzionare il mondo agricolo, fa un incidente in taxi e rimane in coma per quattro giorni. Al suo risveglio scopre che nessuno è in grado di riconoscerlo (moglie compresa) e che la sua identità è stata praticamente sostituita: dovrà comprendere se si tratta dei postumi dell'incidente o dello scherzo burlone di qualche organizzazione segreta.
Ormai avvezzo al cinema d'azione spaccatutto, anche in questo nuovo lavoro Liam Neeson non si sottrae al "menar le mani" tentando di distruggere tutto ciò che si trova davanti pur di arrivare alla verità - ovvero alla conclusione del film - nel modo meno indolore possibile. Tra inseguimenti per le strade della modernissima capitale tedesca (il numero di auto Mercedes sfasciate è elevatissimo), sparatorie, scazzottate, e favolose frasi ormai già storiche come "non mi sono dimenticato tutto... mi ricordo ancora come ammazzarti, stronzo!", la pellicola scorre senza troppi fronzoli regalandoci un thriller classico che diverte e non annoia. L'inizio ricorda moltissimo Frantic, ma il regista Collet-Serra non è Polanski e il tutto prende presto una deriva più fracassona e meno impegnativa, attestandosi sui ritmi del cinema di puro intrattenimento. Ci sono trovate assolutamente esagerate, ma quando i cattivi vengono fatti fuori alla rambo-style noi spettatori in poltrona ne godiamo strafogandoci di popcorn. Avanti così, Liam.
Per quelli che quando sentono un'esplosione la ritengono musica per le proprie orecchie. ♥♥♥½
Ormai avvezzo al cinema d'azione spaccatutto, anche in questo nuovo lavoro Liam Neeson non si sottrae al "menar le mani" tentando di distruggere tutto ciò che si trova davanti pur di arrivare alla verità - ovvero alla conclusione del film - nel modo meno indolore possibile. Tra inseguimenti per le strade della modernissima capitale tedesca (il numero di auto Mercedes sfasciate è elevatissimo), sparatorie, scazzottate, e favolose frasi ormai già storiche come "non mi sono dimenticato tutto... mi ricordo ancora come ammazzarti, stronzo!", la pellicola scorre senza troppi fronzoli regalandoci un thriller classico che diverte e non annoia. L'inizio ricorda moltissimo Frantic, ma il regista Collet-Serra non è Polanski e il tutto prende presto una deriva più fracassona e meno impegnativa, attestandosi sui ritmi del cinema di puro intrattenimento. Ci sono trovate assolutamente esagerate, ma quando i cattivi vengono fatti fuori alla rambo-style noi spettatori in poltrona ne godiamo strafogandoci di popcorn. Avanti così, Liam.
Per quelli che quando sentono un'esplosione la ritengono musica per le proprie orecchie. ♥♥♥½
giovedì 1 luglio 2010
Eclipse
All'urlo di "evviva l'amore" ritorna l'adolescente Bella (Kristen Stewart) al vertice di un triangolo amoroso che vede contrapposti il bianchiccio vampiro Edward Cullen (Robert Pattinson) contro l'allupato mannaro Jacob Black (Taylor Lautner). L'intelletto vs. i muscoli pompati dall'eritropoietina sono il succo di una storia piatta e noiosa che trascina la saga di Twilight verso il culmine più basso mai raggiunto finora. Se pensavate che il primo film fosse una cessata immonda allora ricredetevi: i successivi sono pure peggio, a dispetto di un budget più alto e di incassi sempre maggiori. La mormonissima scrittrice Stephanie Meyer cerca di darci una lezione di educazione inculcandoci l'idea che l'amore debba vincere sul sesso, ribaltando la logica essenziale che da millenni muove con naturalezza i cervelli degli adolescenti: ovverosia trombarsi ogni cosa si muova e sia dotata di pene/vagina. Il risultato è a tratti imbarazzante, con battute ricche di doppisensi che scatenano un'involontaria ilarità. Applausi scroscianti della sala al bacio tra Bella ed Edward, poi ancora al bacio tra Bella e Jacob. Commenti isterici alla visione del primo addominale (il primo di una lunga serie, in un film che fa del corpo unto e dei jeans strappati il proprio punto di forza): "mamma mia quanto sesso!". No, di sesso non se ne vede, ma se ne parla così tanto che verrebbe voglia di alzarsi dalla sedia ed andare a casa a ciulare pure noi: almeno sarebbe tempo speso bene. Ci piace immaginare che nel mondo reale Bella sceglierebbe una sana trombata con il più focoso tra i due, in una delle tante scene in cui lui la cinge con i suoi bicipiti gonfi. Nel film purtroppo sceglie la strada più sfrantumapalle: si rende devota all'intelletto e alla castità forzata. Lo spettatore ringrazia e s'addormenta in poltrona, sognando per lei una morte lenta e dolorosa circondata da tanti negroni col pisellone lungo.
Per le solite giovani pulzelle a cui prude tanto la bernarda. ♥♥
Per le solite giovani pulzelle a cui prude tanto la bernarda. ♥♥
sabato 6 marzo 2010
Legion
Cosa accadrebbe se un giorno fosse Dio a perdere la fede in noi? Bè, a giudicare dal film diretto da Scott Stewart, ben poca cosa.
L’angelo Michele scende sulla terra nel tentativo di salvare gli uomini dall’Apocalisse. Nel far questo svaligia un arsenale di terrenissimi fucili, mitragliette e bazooka, uccide un paio di persone, fa esplodere un palazzo e ruba una macchina della polizia. Intanto, nel bel mezzo del deserto del Nevada si vengono a trovare una famiglia bene con una teenager problematica (ma quali problemi abbia, a parte la gonna troppo corta, non ci viene fatto sapere), un meccanico di nome Jeep che non sa aggiustare le macchine, Charlie, una cameriera incinta che fuma come una ciminiera, un gangster nero con una pistola che non ha mai sparato un colpo, un cuoco senza una mano e il proprietario ubriacone dell’ennesimo diner polveroso. L’arrivo dell’arzilla vecchietta Gladys porterà un po’ di scompiglio nel gruppo e tante domande a cui la sfortunata sceneggiatura e i prevedibili dialoghi non riescono a rispondere. Il pubblico si annoia, le scene d’azione non sono poi così tanto d’azione, quelle che dovrebbero farne un film horror, o quantomeno un thriller, fanno sorridere, se non proprio ridere. Ce la farà l’angelo Michele a sconfiggere il suo antagonista Gabriele (il Keamy di Lost, che dimostra nuovamente di riuscire a produrre solo due espressioni: “incazzato” e “molto incazzato”), condottiero di un’immensa armata di vampiri-zombie? Vampiri?? Zombie?? Ma dai! Vista e considerata la premessa al film, si poteva fare di meglio. Tante morti inutili, nessun colpo di scena. Unica cosa degna di menzione: il carretto del gelato.
“tu gli hai dato quello che voleva, io quello di cui aveva bisogno”. Magari! Inutile. ♥♥
venerdì 29 gennaio 2010
Come Dio comanda
Per padri e figli che si odiano e poi si amano. ♥♥♥
mercoledì 13 gennaio 2010
Sangre de mi sangre (Padre nuestro)
Sangre de mi sangre inizia e finisce con una fuga: la prima può essere l'approdo alla salvezza, la seconda è tragica conseguenza degli eventi che si dipanano lungo il sentiero. Tra queste due fughe, nascosta dietro chiarimenti urlati, si nascondono la speranza, la (ri)scoperta degli affetti, e la triste e dura realtà che marca in maniera netta la crescita di tutti i protagonisti, dai più giovani al più viejo. Pedro (Jorge Adrián Espíndola) lascia il Messico alla volta di New York con lo scopo di ritrovare suo padre, emigrato diciassette anni prima, e consegnarli una lettera scritta dalla madre poco prima di morire. Durante il viaggio clandestino incontrerà il coetaneo Juan (Armando Hernández), il quale gli ruberà borsa ed identità riuscendo a poco a poco a conquistarsi l'affetto di un genitore che non è il suo. Al vero Pedro non resterà che aggrapparsi alla speranza per muoversi in una città estranea ed ostile, con l'unica compagnia della tossicomane Magda (Paola Mendoza), prima sgamata affarista e poi affettuosa complice. Ma non sempre le favole hanno un lieto fine, e se è vero che qui c'è un padre che ritrova suo figlio, è altrettanto vero che si tratta del figlio sbagliato. C'è una sorta di espiazione tragica nelle confessioni tristi e dolorose che aprono la strada verso il finale aperto di questa pellicola: ognuno trova qualcosa nel confronto con gli altri, ma i pezzi non sembrano mai essere al proprio posto. Premiato al Sundance 2007 come miglior film, Sangre de mi sangre è una pellicola che possiede quel gusto dolceamaro tipico delle pellicole messicane, e che regge bene dal principio alla fine mostrandoci in maniera cruda i due volti della sconfitta: quello della ricerca prepotente di un amore indimenticato, e quello del ritrovamento spiazzante di un affetto mai conosciuto. Alla fine, Diego Gonzalez (Jesús Ochoa) è come se divenisse il padre di entrambi i giovani protagonisti, da cui il primo e poi modificato titolo originale Padre nuestro. Che poi è anche una preghiera sconsolata ad un Dio che sembra aver rimescolato le carte con il chiaro intento di punire tutti per il loro peccato di ingenua necessità d'amore.Per coloro i quali cercano disperatamente il proprio punto di riferimento. ♥♥♥♥
venerdì 1 gennaio 2010
The millionaire
Per chi ci crede sempre. ♥♥♥♥
venerdì 25 dicembre 2009
500 giorni insieme
Per innamorati persi ed eterni sognatori che vivono d'amore. ♥♥♥½
mercoledì 23 dicembre 2009
Jennifer's body
Per camionisti e liceali single. ♥♥♥½
lunedì 21 dicembre 2009
Harry Potter e il principe mezzosangue
Per giovani befane e piccoli maghi con tendenze omicide. ♥♥♥
La zona
Bellissima la sequenza iniziale: una farfalla vola spensierata tra le villette a schiera, supera la recinzione, muore. Fuori c'è desolazione ed una fotografia buia, contrapposta alla rassicurante luce di un paradiso residenziale che in realtà nasconde solo l'inferno.
Per chi crede ancora nella bontà degli uomini. ♥♥♥♥
I segni del male
Per apocalittici e santoni. ♥♥½
Il caso Thomas Crawford
Per i fanatici di Perry Mason. ♥♥♥
domenica 20 dicembre 2009
17 again
Per nostalgici e giovani dentro. ♥♥♥
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