sabato 9 febbraio 2013

The impossible

Il terribile Tsunami che nel 2004 devastò il sud-est asiatico visto con gli occhi di una famiglia di sopravvissuti. Il regista spagnolo Bayona, già noto per "The orphanage", dirige una produzione con un ottimo cast americano, e passa da un racconto di orrore fittizio a una storia a lieto fine completamente reale. Fin dalle prime scene è chiara la dicotomia tra la calma e la serenità del luogo incantevole in cui si svolgono gli eventi, e la paura e il caos che colpirà non solo persone ed edifici, ma anche gli equilibri emotivi che legano gli esseri umani, primi fra tutti i componenti della famiglia protagonista, costretta a ritrovarsi e a riscoprirsi. Ottimi gli effetti visivi, per quanto la tragedia sia solo lo sfondo per una pellicola che intende prima di tutto indagare gli affetti, e solo successivamente ricostruire il disastro. Proprio in questo si nota forse il punto più fragile del film, imbrigliato in molte scene nella sindrome da lacrima facile, e in netta difficoltà nel lasciarsi andare a un più crudo racconto di realismo. Notevoli comunque alcune scene, in cui Bayona mostra i dettagli cruenti del post tragedia, relegando tuttavia l'altrui dolore a poche, fragili situazioni. Straordinaria l'interpretazione del giovane Tom Holland, nuovo Billy Elliott, che tratteggia un Lucas coraggioso e commovente sia nelle scene in coppia con Naomi Watts (bello il dipanarsi del loro rapporto fatto prima di distanza, poi di profondo amore) sia in quelle in cui è solo davanti alla cinepresa. Produzione spagnola, anche nella perfetta colonna sonora di Fernando Velàzquez.

Per quelli convinti che l'amore dei propri cari possa far accadere l'impossibile. ♥♥½

sabato 8 settembre 2012

Come non detto

Commedia pop sul coming out e l'accettazione. Il venticinquenne Mattia (Josafat Vagni) è gay ma ha paura a confessarlo ai genitori e al mondo. Alla vigilia della partenza per Madrid, dove andrà ad incontrare il fidanzatino Eduard (Josè Dammert), sarà costretto dagli eventi a trovare il coraggio per dire quella che lui ritiene una tragica rivelazione.
L'esordio alla regia di Ivan Silvestrini, da un romanzo e una sceneggiatura di Roberto Proia, è finalmente una pellicola delicata e convincente che smorza i toni sull'identità sessuale e indaga il tema dell'omosessualità con un occhio che si mantiene ben equilibrato tra messaggio sociale e visione disincantata e comica. I personaggi di Come non detto - etero o gay che siano - sono alle prese ognuno con la presa di coscienza di sè, delle proprie fragilità, in una danza corale di nevrosi, tensioni, paure, frasi sussurrate o non dette, in cui però la risoluzione verrà in maniera automatica e senza il peso drammatico a cui registi come Ferzan Ozpetek ci hanno finora abituato: una sorta di alleggerimento dei temi, senza che vi si accompagni uno sminuire degli stessi. Il risultato è un film che parte con un equivoco e scorre via con poche impefezioni, composto da flashback tragicomici della vita di Mattia, impreziositi da battute sempre al posto giusto, sempre ben calibrate, grazie anche all'ottima interpretazione dell'intero cast, così perfetto nel mettere in scena ognuno i propri drammi della quotidianità. C'è la madre nevrotica (Monica Guerritore), il padre maschilista e donnaiolo (Ninni Bruschetta), la nonna che non si rassegna alla pensione, la sorella coatta sempre incinta del fidanzato meccanico, e poi ci sono gli amici di Mattia, unici custodi del suo segreto: la bellissima Stefania (Valeria Bilello), perdutamente innamorata di lui, e lo straordinario Giacomo (Francesco Montanari, "il libanese"), lavandaio di giorno e drag queen di notte, in qualche modo unico tramite con quel mondo che Mattia riesce solo a sfiorare senza aver mai il coraggio di abbracciare a pieno. Una commedia gay "normale", dove l'omosessualità è finalmente solo una caratteristica umana su cui poter ironizzare, e che strappa una lunga serie di risate al pubblico in sala. Una piacevole sorpresa riguardo a un tema ancora scomodo, che troppo spesso viene indagato con stupidi cliché o eccessiva enfasi.

Per quelli orgogliosi di sè ma con la paura di urlarlo al mondo. ♥♥½

mercoledì 7 settembre 2011

Con gli occhi dell'assassino

Il nome di Guillermo Del Toro nuovamente accostato ad un horror psicologico di provenienza spagnola, da alcuni anni florida patria del genere. Belen Rueda, sensualissima donna già vista in The Orphanage, indaga sulla misteriosa morte della sorella, apparentemente toltasi la vita a causa di una cecità peggiorativa che presto colpirà anche lei. Ma i dettagli del suicidio si fanno più offuscati via via che la pellicola procede e la vista della protagonista - e con lei quella di noi spettatori - va calando. Personaggi misteriosi la portano sulla pista di una misteriosa entità che vive nel buio, mentre le sue credenze vacillano e con loro anche la sua sanità mentale. Potremmo definirlo un thriller sulle orme di Hitchcock, grazie ad alcuni espedienti narrativi molto azzeccati (quando la protagonista a metà film diviene cieca, anche a noi spettatori non vengono più mostrati i volti delle persone con cui lei interagisce, lasciandoci al pari suo totalmente ignari di chi abbiamo effettivamente davanti), e per una tensione costante che proviene dai sensi alterati e dalla percezione costante dell'ignoto che ci circonda. Ma l'accostamento col maestro non può prescindere anche dell'evidenziazione di alcuni vuoti narrativi del film, in alcuni passaggi fin troppo semplicistico e aderente a un cinema moderno di maniera dove la paura è più "ambientale" che narrativa: rumore, figure che spuntano dal buio, urla. Non per questo un prodotto privo di una sua valenza stilistica, con decise interpretazioni ed un messaggio di fondo - quello dell'invisibilità e della paura nel disvelarsi - che rende il succo della storia molto più potente e ricco di quanto apparentemente ci si immagina avventurandosi nella sua visione.

Per coloro i quali non temono il buio e il suo nascondere le cose. ♥♥½

martedì 6 settembre 2011

Frozen

Paura e terrore dalle cose quotidiane: che succederebbe se si dimenticassero di voi sopra ad una seggiovia? Il regista Adam Green gioca sull'assurdo (ma nemmeno poi tanto) ficcando dentro a questa imbarazzante situazione i suoi tre protagonisti, sospesi loro malgrado sopra un'infinita e solitaria distesa di neve, senza possibilità di fuga seppure in una condizione di libertà totale. Appartenente al filone dell'horror claustrofobico - anche se la fobia non è generata dall'utilizzo di ambienti stretti, quanto piuttosto dall'idea di compressione fornita dalla situazione su cui dipana la storia - Frozen è forte di dialoghi semplici ma incisivi, in un crescendo narrativo dove di minuto in minuto apparirà sempre più chiaro - ai protagonisti come a noi - che l'attesa sulla seggiovia non è altro che l'attesa della morte. Buonissima fotografia e decise prove attoriali da parte dei giovani attori, meno brillanti alcuni espedienti di pericolosità a cui i tre verranno sottoposti: alla fine, diventa tutta una questione tra loro e i lupi. Feddo e glaciale, senza troppi fronzoli, e girato con un budget limitato, ma non per questo scarso: Frozen è terrore che nasce da dentro, da quelle ancestrali sofferenze che fanno parte di ognuno di noi, e che sembrano impossibili da provare fin tanto che una concomitanza di fattori inaspettati non ci pone davanti alla questione.

Per quelli che ogni volta che salgono sopra ad una seggiovia hanno la costante paura che possa cadere. ♥♥

mercoledì 27 aprile 2011

Cappuccetto Rosso sangue

La regista del primo Twilight rilegge una delle favole più famose del mondo, fornendole un'indole più horror e un aspetto da teen drama pruriginoso. Così Cappuccetto diventa un'adolescente vogliosa, contesa da due bellocci (il biondo e il moro, tanto per alimentare l'eterna lotta tra il fascino nordico ed elegante e quello mediterraneo e sensuale), la nonna si trasforma in un donnino sprint dai capelli rasta, e il lupo è immancabilmente mannaro. Il peso più grande nel seguire questo filmetto gotico non sta tanto nei dialoghi spesso imbarazzanti o nella costante idea che ogni scena sia lo scarto di qualche produzione più costosa, ma nel difetto evidente di non sapere mai generare la minima tensione nello spettatore. Il risultato è un'ora e mezza che scorre via senza che ci sia stata una reale utilità a tutto quello che è stato messo in scena: nessun approfondimento sul terrore generato dal lupo, nessuna suspance durante le sue aggressioni, nemmeno una reale necessità di parteggiare per l'uno o per l'altro dei due contendenti amorosi, dato che fin da subito appare chiaro quanto la lotta sia assolutamente impari. Cavalcare l'onda emotiva delle ragazzine sta diventando un pericoloso gioco al massacro, e porta verso film sempre più vuoti e approssimativi. Un peccato, perchè l'idea di base poteva essere interessante ed osare un po' di più nell'aspetto cupo della storia poteva generare un film quantomeno dignitoso e disturbante.

Per quelli che hanno esaurito le favole della buonanotte da raccontare alle proprie bambine. ♥♥

sabato 23 aprile 2011

Scream 4

La premiata ditta Williamson-Craven ritorna per il quarto capitolo della riuscita saga horror che negli anni '90 aveva saputo rilanciare il genere del teen splatter seriale addizionandolo con una gustosa vena umoristica. La portasfighe Sidney Prescott (Neve Campbell) fa una visita nella sua cittadina Woodsboro per promuovere il libro che racconta le tragiche vicende vissute dieci anni prima; un emulatore del killer Ghostface ritorna con lei, dando vita ad una nuova catena di omicidi ai danni di brufolosi adolescenti e procaci donzelle. "Nuovo film, nuove regole": ed ecco che gli autori provano a tenere in piedi la baracca superando loro stessi in ironia e comicità. La paura è quasi totalmente bandita da Scream, sostituita da un vero e proprio trattato sugli horror americani che mira da un lato a cavalcarne i clichè, dall'altro ad inquadrarli con vena critica con il pregevole tentativo di indicarne i difetti più lampanti e prenderne quindi le distanze. Il risultato è un film che sa ancora divertire, che presenta qua e là alcune trovate geniali (la sequenza a matrioska dell'inizio, lo spiegone dell'assassino e gli stupidissimi modi per non farsi scoprire, l'immancabile happy ending che in qualche modo ribalta le aspettative dello spettatore, ecc ecc), secondo un'autoironia più o meno implicita a cui Craven ci ha spesso abitutato nel suo cinema. In un'epoca in cui l'horror seriale appare stanco e fuori tempo, è gustoso lasciar scorrere via un'ora e quaranta di film dove agli effetti sonori spaventevoli si accavvallano battute dissacranti che distruggono il genere stesso rendendolo cinema sul cinema. Una delle poche saghe dove non ci si concentra su come o perchè morirà una vittima, ma piuttosto sull'osservare quali espedienti classici verranno utilizzati affinchè questo accada.

Per quelli che non si perdono mai nemmeno un horror pur sapendo che è la solita vecchia fuffa. ♥♥♥

mercoledì 23 marzo 2011

Sucker punch

Manicomi, sale da ballo, templi giapponesi, draghi, zombie nazisti, pistoleri meccanici, e un sosia di David Carradine: non è un incubo post cena a base di acciughe e peperoni, ma il delirio videoludico firmato da Zack Snyder, che nella sua ultima fatica ci presenta un concentrato pop in cui il cinema d'azione nipponico stringe la mano alla tamarraggine americana. La giovane Babydoll, in attesa di essere lobotomizzata per volere del crudele patrigno, trova il modo di sfuggire dall'ospedale psichiatrico in cui è internata rifugiandosi in un mondo di fantasia dove il reale diventa videogioco e tinge il tutto di salse fantasy. È difficile parlare di un prodotto dove l'immagine conta molto di più del soggetto, secondo un filo logico a cui il regista di 300 e Watchmen ci aveva già abituato: in Sucker Punch la cosa importante non sembra essere chi o cosa sia il centro della storia, quanto piuttosto seguirne le gesta all'interno di un grande piano dai contorni talmente assurdi da essere per questo geniali. Verità e sogno si uniscono per dar vita ad una pellicola che è l'emblema stesso dell'intrattenimento del 21esimo secolo, dove i fondali virtuali prendono il sopravvento fornendo all'immagine un'ambientazione a metà tra il fumetto e il videogioco, in una danza fatta di rimandi e citazioni a varie forme di spettacolo. Un calderone in cui trovano spazio games come Call of Duty, Doom, Dungeons & Dragons, ma anche film come Kill Bill, Terminator, e persino Moulin Rouge nella deliziosa scena cantata - completamente slegata dal contesto precedente -  che accompagna i titoli di coda. Completa il quadro un cast prepotentemente femminile (come in una moderna favola con protagoniste giovani Amazzoni), ed una colonna sonora zeppa di grandi hit rivistate in chiave rock, che donano alle scene un aspetto da videoclip. Un trip curioso, esperimento di cinema di sostanza e di grande tecnica visiva.

Per quelli che al cinema si porterebbero un joystick per comandare i protagonisti nelle scene in cui menano le mani. ♥♥♥½

giovedì 3 marzo 2011

Unknown - Senza identità

Importante scienziato (Liam Neeson), a Berlino con la moglie per partecipare a una fondamentale conferenza che potrebbe rivoluzionare il mondo agricolo, fa un incidente in taxi e rimane in coma per quattro giorni. Al suo risveglio scopre che nessuno è in grado di riconoscerlo (moglie compresa) e che la sua identità è stata praticamente sostituita: dovrà comprendere se si tratta dei postumi dell'incidente o dello scherzo burlone di qualche organizzazione segreta.
Ormai avvezzo al cinema d'azione spaccatutto, anche in questo nuovo lavoro Liam Neeson non si sottrae al "menar le mani" tentando di distruggere tutto ciò che si trova davanti pur di arrivare alla verità - ovvero alla conclusione del film - nel modo meno indolore possibile. Tra inseguimenti per le strade della modernissima capitale tedesca (il numero di auto Mercedes sfasciate è elevatissimo), sparatorie, scazzottate, e favolose frasi ormai già storiche come "non mi sono dimenticato tutto... mi ricordo ancora come ammazzarti, stronzo!", la pellicola scorre senza troppi fronzoli regalandoci un thriller classico che diverte e non annoia. L'inizio ricorda moltissimo Frantic, ma il regista Collet-Serra non è Polanski e il tutto prende presto una deriva più fracassona e meno impegnativa, attestandosi sui ritmi del cinema di puro intrattenimento. Ci sono trovate assolutamente esagerate, ma quando i cattivi vengono fatti fuori alla rambo-style noi spettatori in poltrona ne godiamo strafogandoci di popcorn. Avanti così, Liam.

Per quelli che quando sentono un'esplosione la ritengono musica per le proprie orecchie. ♥♥♥½

giovedì 1 luglio 2010

Eclipse

All'urlo di "evviva l'amore" ritorna l'adolescente Bella (Kristen Stewart) al vertice di un triangolo amoroso che vede contrapposti il bianchiccio vampiro Edward Cullen (Robert Pattinson) contro l'allupato mannaro Jacob Black (Taylor Lautner). L'intelletto vs. i muscoli pompati dall'eritropoietina sono il succo di una storia piatta e noiosa che trascina la saga di Twilight verso il culmine più basso mai raggiunto finora. Se pensavate che il primo film fosse una cessata immonda allora ricredetevi: i successivi sono pure peggio, a dispetto di un budget più alto e di incassi sempre maggiori. La mormonissima scrittrice Stephanie Meyer cerca di darci una lezione di educazione inculcandoci l'idea che l'amore debba vincere sul sesso, ribaltando la logica essenziale che da millenni muove con naturalezza i cervelli degli adolescenti: ovverosia trombarsi ogni cosa si muova e sia dotata di pene/vagina. Il risultato è a tratti imbarazzante, con battute ricche di doppisensi che scatenano un'involontaria ilarità. Applausi scroscianti della sala al bacio tra Bella ed Edward, poi ancora al bacio tra Bella e Jacob. Commenti isterici alla visione del primo addominale (il primo di una lunga serie, in un film che fa del corpo unto e dei jeans strappati il proprio punto di forza): "mamma mia quanto sesso!". No, di sesso non se ne vede, ma se ne parla così tanto che verrebbe voglia di alzarsi dalla sedia ed andare a casa a ciulare pure noi: almeno sarebbe tempo speso bene. Ci piace immaginare che nel mondo reale Bella sceglierebbe una sana trombata con il più focoso tra i due, in una delle tante scene in cui lui la cinge con i suoi bicipiti gonfi. Nel film purtroppo sceglie la strada più sfrantumapalle: si rende devota all'intelletto e alla castità forzata. Lo spettatore ringrazia e s'addormenta in poltrona, sognando per lei una morte lenta e dolorosa circondata da tanti negroni col pisellone lungo.

Per le solite giovani pulzelle a cui prude tanto la bernarda. ♥♥

sabato 6 marzo 2010

Legion

Cosa accadrebbe se un giorno fosse Dio a perdere la fede in noi? Bè, a giudicare dal film diretto da Scott Stewart, ben poca cosa.
L’angelo Michele scende sulla terra nel tentativo di salvare gli uomini dall’Apocalisse. Nel far questo svaligia un arsenale di terrenissimi fucili, mitragliette e bazooka, uccide un paio di persone, fa esplodere un palazzo e ruba una macchina della polizia. Intanto, nel bel mezzo del deserto del Nevada si vengono a trovare una famiglia bene con una teenager problematica (ma quali problemi abbia, a parte la gonna troppo corta, non ci viene fatto sapere), un meccanico di nome Jeep che non sa aggiustare le macchine, Charlie, una cameriera incinta che fuma come una ciminiera, un gangster nero con una pistola che non ha mai sparato un colpo, un cuoco senza una mano e il proprietario ubriacone dell’ennesimo diner polveroso. L’arrivo dell’arzilla vecchietta Gladys porterà un po’ di scompiglio nel gruppo e tante domande a cui la sfortunata sceneggiatura e i prevedibili dialoghi non riescono a rispondere. Il pubblico si annoia, le scene d’azione non sono poi così tanto d’azione, quelle che dovrebbero farne un film horror, o quantomeno un thriller, fanno sorridere, se non proprio ridere. Ce la farà l’angelo Michele a sconfiggere il suo antagonista Gabriele (il Keamy di Lost, che dimostra nuovamente di riuscire a produrre solo due espressioni: “incazzato” e “molto incazzato”), condottiero di un’immensa armata di vampiri-zombie? Vampiri?? Zombie?? Ma dai! Vista e considerata la premessa al film, si poteva fare di meglio. Tante morti inutili, nessun colpo di scena. Unica cosa degna di menzione: il carretto del gelato.


“tu gli hai dato quello che voleva, io quello di cui aveva bisogno”. Magari! Inutile. ♥♥

venerdì 29 gennaio 2010

Come Dio comanda

Salvatores torna a far coppia con lo scrittore Ammaniti dopo lo splendore di Io non ho paura, ma questa volta il risultato è molta estetica con poco cuore. Rino e Cristiano (Filippo Timi e Alvaro Caleca), padre e figlio come due solitudini in rivolta, trascinano le loro vite alla ricerca della salvezza reciproca. Con loro passa le giornate l'unico amico, il disgraziato Quattro Formaggi (Elio Germano), divenuto mentalmente ritardato dopo un incidente sul lavoro. Il loro trio si dedica all'esclusione del mondo e alla lotta per la sopravvivenza del doloroso filo affettivo che li lega. Purtroppo, se il punto focale del racconto è rileggere la sofferenza inclusa nella necessità degli affetti, Salvatores fallisce il colpo mettendo in scena una serie di personaggi banalmente chiusi nella loro personalità ridotta. In verità Elio Germano il ritardato lo fa bene, in maniera quasi commovente. Ma se il suo personaggio è quello per il quale si può maggiormente accettare una mancanza di evoluzione, sono gli altri due - padre e figlio - ad infastidire per la loro marcata assenza di tonalità. Non è la recitazione il problema; piuttosto il fatto che dall'inizio alla fine si comportino in un modo piatto, distonico, arrogante ai limite della decenza e della sopportazione. Sono cattivi ma neanche poi troppo, amorevoli ma neanche poi troppo, crudeli ma neanche poi troppo. L'idea del microcosmo raggelante che dovrebbe unirli era il punto vincente sulla carta, ma viene resa malissimo sullo schermo: allora il loro rapporto sadomasochistico e totalizzante si fa inespressivo e inutile. Come a dire: non basta una svastica sul muro o uno "sporco immigrato" a creare un nazifascista. È questo il limite più grande di Come Dio comanda, che dà l'impressione di un prodotto gettato nella mischia, realizzato in fretta, senza l'anima dolce e reale che c'era dietro a Io non ho paura, esempio di perfetta calibrazione tra forma e sostanza. Resta tuttavia impressa la maestria che Salvatores dimostra nella meravigliosamente angosciante sequenza centrale, che sa compensare un inizio ed una fine poco folgoranti: la fotografia in mezzo al bosco cupo e tempestoso è splendidamente triste e dolorosa, e segna nettamente il confine tra innocenza e inganno, tra menzogna e resa.

Per padri e figli che si odiano e poi si amano. ♥♥♥

mercoledì 13 gennaio 2010

Sangre de mi sangre (Padre nuestro)

Sangre de mi sangre inizia e finisce con una fuga: la prima può essere l'approdo alla salvezza, la seconda è tragica conseguenza degli eventi che si dipanano lungo il sentiero. Tra queste due fughe, nascosta dietro chiarimenti urlati, si nascondono la speranza, la (ri)scoperta degli affetti, e la triste e dura realtà che marca in maniera netta la crescita di tutti i protagonisti, dai più giovani al più viejo. Pedro (Jorge Adrián Espíndola) lascia il Messico alla volta di New York con lo scopo di ritrovare suo padre, emigrato diciassette anni prima, e consegnarli una lettera scritta dalla madre poco prima di morire. Durante il viaggio clandestino incontrerà il coetaneo Juan (Armando Hernández), il quale gli ruberà borsa ed identità riuscendo a poco a poco a conquistarsi l'affetto di un genitore che non è il suo. Al vero Pedro non resterà che aggrapparsi alla speranza per muoversi in una città estranea ed ostile, con l'unica compagnia della tossicomane Magda (Paola Mendoza), prima sgamata affarista e poi affettuosa complice. Ma non sempre le favole hanno un lieto fine, e se è vero che qui c'è un padre che ritrova suo figlio, è altrettanto vero che si tratta del figlio sbagliato. C'è una sorta di espiazione tragica nelle confessioni tristi e dolorose che aprono la strada verso il finale aperto di questa pellicola: ognuno trova qualcosa nel confronto con gli altri, ma i pezzi non sembrano mai essere al proprio posto. Premiato al Sundance 2007 come miglior film, Sangre de mi sangre è una pellicola che possiede quel gusto dolceamaro tipico delle pellicole messicane, e che regge bene dal principio alla fine mostrandoci in maniera cruda i due volti della sconfitta: quello della ricerca prepotente di un amore indimenticato, e quello del ritrovamento spiazzante di un affetto mai conosciuto. Alla fine, Diego Gonzalez (Jesús Ochoa) è come se divenisse il padre di entrambi i giovani protagonisti, da cui il primo e poi modificato titolo originale Padre nuestro. Che poi è anche una preghiera sconsolata ad un Dio che sembra aver rimescolato le carte con il chiaro intento di punire tutti per il loro peccato di ingenua necessità d'amore.

Per coloro i quali cercano disperatamente il proprio punto di riferimento. ♥♥♥♥

venerdì 1 gennaio 2010

The millionaire

L'esperienza di vita come l'insegnamento più grande: il giovanissimo (e povero) Jamal Malik partecipa alla versione indiana di "Chi vuol essere milionario?" e con estrema facilità scala il montepremi fino alla domanda finale. «Come ha fatto?» ci chiede la voce fuori campo all'inizio del film, aiutandoci a rispondere con le quattro classiche opzioni, di cui l'ultima è decisamente la più suggestiva: era scritto. Il destino è il motore che muove i personaggi di questo The millionaire, trasportandoli di anno in anno nei luoghi più suggestivi di un'India in radicale cambiamento social-economico; e il destino, beffardo, aiuta Jamal a trovare ancora bambino la sua anima gemella, e poi lo obbliga ad allontarsene forzatamente, ma senza mai dimenticare. Si ritroveranno varie volte, ma nessuna sarà quella giusta; li aiuterà la fortuna e quello stesso destino che prima aveva saputo essere tanto crudele. Danny Boyle confeziona il suo film più romantico, una favola crudele che strizza l'occhio al cinema danzereccio di Bollywood. È un film che scorre con l'entusiasmo dei sognatori, carico di volti e colori saturi di allegria e disincanto, in mezzo a quei flashback che aiutano a trovare le risposte giuste ad ogni domanda, e che di volta in volta avvicinano Jamal ai suoi ricordi e alla sua amata. Ha vinto ben 8 premi Oscar, tra cui "Miglior film"; e si capisce perché: non è un capolavoro, ma ha dentro quella speranza e quel romanticismo che lo rendono suggestivo e piacevolmente adorabile, pur nelle sue scene più tristi e dolorose.

Per chi ci crede sempre. ♥♥♥♥

venerdì 25 dicembre 2009

500 giorni insieme

«Questa non è una storia d'amore», tiene a precisare il narratore fuori campo in una delle prime scene in cui ci introduce alla vicenda di Tom (Joseph Gordon-Levitt), ometto alla soglia dei trenta convinto che per ogni uomo esista una donna destinata a vivere per sempre con lui. È vero, verissimo: questa non è una storia d'amore, ma sono tante storie d'amore messe insieme; sono tante storie d'innamoramento, di passione, di sofferenza e poi odio, tutte concentrate nell'arco di 500 giorni come tanti, 500 giorni in cui Tom conoscerà Sole (Zooey Deschanel), la conquisterà, e poi d'un tratto riuscirà anche ad allontanarla da sè, il tutto senza aver fatto assolutamente nulla. Lei è di quelle che hanno paura di innamorarsi, e vivono dietro ad una sorta di muro protettivo che tiene lontana qualsiasi relazione; dice l'amico di Tom: «è una di quelle che crede di averla inventata». Non è così, in effetti: Sole è dolcezza e stupore, è stravaganza ed improvvisazione, è un sorriso irresistibile ed una canzone degli Smith. In altri termini, Sole è l'ideale stesso di quella sensazione strana e spiazzante che coglie tutti gli esseri umani appena superata l'età adolescenziale: è il colpo di fulmine, destinato in maniera beffarda ma realistica a schiantarsi al suolo dopo un folgorante volo pindarico. Il bello di 500 giorni insieme è riuscire a mettere in scena tutti i sentimenti del protagonista attraverso frammenti sparpagliati, in contemporanea buffi ed un po' tristi, con un atteggiamento sempre fresco e dal sapore indipendente. L'amore come un album di ricordi, dunque, di volta in volta rivisto con occhi diversi man mano che il tempo passa e prova timidamente ad aggiustare le cose, magari solo per scoprire che non c'è limite al peggio. Si sorride e ci si commuove, accorgendosi del fatto che il destino raccontato nel film può essere storia di tutti, ed anche se fa del male, diventa presto esperienza di vita da ricordare con affetto.


Per innamorati persi ed eterni sognatori che vivono d'amore. ♥♥♥½

mercoledì 23 dicembre 2009

Jennifer's body

Avviso ai fanatici dell'occulto: quando si sacrifica una che non è più vergine "nemmeno nell'uscita secondaria" il risultato sarà produrre un demone in sindrome premestruale da ingordigia fallica. Succede a Megan Fox, stronzetta liceale a caccia di accoppiamenti che trova morte e vita per mano di una band di sfigatelli devoti ad un satana indierock. Conclusione: da vacca seduttrice diverrà vera e propria mangiauomini, nel senso più lapalissiano della parola: mossa da sete ormonale dovrà colmare il proprio deperimento fisico ("per i suoi canoni, si intende", cit.) sbudellando qualche amichetto di liceo. Dovrà fermarla la best friend Amanda Seyfried, a colpi di strizzate di tette e lingue in bocca. Vero e proprio capolavoro di trash, ma di quelli fatti così bene da risultare una meraviglia; più di un'ora e mezza di battute al vetriolo con allusioni non troppo velate al sesso, a dimostrare che esiste una classe anche per parlare volgare. Il duello Megan contro Amanda, la superfiga contro la ragazza della porta accanto, è il pretesto geniale per sviscerare i canoni di bellezza/stupidità contro quelli di normalità/intelligenza, ed è il modo per dimostrare quanto insensatamente ragioni il pisello umano. «Tira più un pelo di figa che un carro di buoi» diceva qualcuno: lorsignori sono avvertiti.

Per camionisti e liceali single. ♥♥♥½

lunedì 21 dicembre 2009

Harry Potter e il principe mezzosangue

Il maghetto più redditizio del mondo torna nella sua sesta avventura, e stavolta la magia più importante sarà riuscire a farsi la barba senza tagliarsi. Lo schema tipico e assai ripetitivo delle avventure potteriane (casa-amici-Hogwarts-quidditch-scontro finale) viene mantenuto anche qui: la differenza la fanno la maggiore maturità dei personaggi - alle prese con turbamenti amorosi -, ed una cupezza sempre più marcata che allontana  ormai del tutto la saga dal pubblico prepubere. Quello che manca persino a questa pellicola di David Yates (già regista del precedente H.P. e candidato a dirigere anche gli ultimi due film) è ciò che è sempre mancato a tutte le pellicole passate: una seria indagine sui personaggi, legati al loro stereotipo macchiettistico e destinati a non spostare di una virgola l'impressione che si ha sempre avuto di loro; così, mentre Ron (Rupert Grint) prosegue nell'indossare la sua maschera di imbranato cronico ed Hermione (Emma Watson) quella di piccola saccente (ma sempre più bella man mano che acquista maturità), Harry (Daniel Radcliffe) non fa nulla per conquistare le simpatie del pubblico, dimostrandosi per l'ennesima volta personaggio più fastidioso proprio nella lunga avventura che porta il suo nome. Acquista potere Draco Malfoy (Tom Felton), celeberrimo antagonista di Harry, mai così importante come ora. Come al solito la parte finale, che arriva dopo una lunga zona centrale in cui non accade praticamente nulla degno d'interesse, si rivela quella più succosa; ma stavolta ci sono da aggiungere gli inquietanti ricordi del cattivissimo Tom Riddle bambino, che spiegano finalmente i passi che l'hanno portato a divenire il potente signore del male Voldemort. Si poteva sforbiciare a beneficio dei non addetti ai lavori; sarebbe stato un dramma per gli appassionati lettori, dei quale non comprendo che gusto ci trovino a seguire un insieme di film di cui conoscono già vita, morte e miracoli.

Per giovani befane e piccoli maghi con tendenze omicide. ♥♥♥

La zona

La Zona è un quartiere residenziale di Città del Messico dove sono confinati i ricchi. Il microcosmo che si crea all'interno della cittadella bunker, recintata e ben separata dalle favelas, diviene una sorta di pretesto per ribaltare ogni logica e coerenza umana e concedere alla gente coi soldi un potere legislativo superpartes esente da ogni controllo. Quando un gruppo di giovani ladruncoli si introdurrà nella Zona, commettendo un omicidio, l'imperativo diverrà ingaggiare una caccia spietata all'unico fuggitivo: "occhio per occhio, dente per dente". Il cinema messicano ci offre un affresco spietato sulle differenze sociali e sull'atteggiamento cinico e sfrontato dell'animo umano. Nella zona vivono lupi che difendono il proprio territorio con i denti; la tragedia è pensare quanto tutto questo sia tragicamente vero e trovi riscontro nella realtà, dove "la zona" allarga i propri confini diventando "società", "paese". Solo pochi si schiereranno dalla parte del buono, che necessariamente è anche il più debole senza compromessi nè giustificazioni; ma questa comprensione sporadica sarà destinata miseramente a fallire, come a dire che non ci sono favole per chi viene dalle favelas. Non vince nessuno, perdono tutti. Ricchi o poveri, buoni o cattivi: non importa quale sia la caratteristica del personaggio, perchè ognuno porta il peso delle proprie colpe come un macigno carico di sofferenza e mancata espiazione.
Bellissima la sequenza iniziale: una farfalla vola spensierata tra le villette a schiera, supera la recinzione, muore. Fuori c'è desolazione ed una fotografia buia, contrapposta alla rassicurante luce di un paradiso residenziale che in realtà nasconde solo l'inferno.

Per chi crede ancora nella bontà degli uomini. ♥♥♥♥

I segni del male

Tutte le piaghe bibliche, in un colpo solo, si abbattono su una tranquilla e cattolicissima cittadina americana. Ad indagare viene chiamata Hilary Swank, ex missionaria laica convertitasi alla scienza dopo la morte di marito e figlia per mano di miliziani poco socievoli ed inclini alla superstizione. A lei sarà affidato il compito di scoprire se si tratta di coincidenze con riscontro scientifico, oppure se è tutta colpa della (solita) bambina posseduta dal demonio e con le unghie poco curate. Dovrà fronteggiare scarrafoni e locuste, fino alla temibile morte di tutti i primogeniti per mano di un Dio particolarmente incazzato. Un film dove vince la messinscena sulla sceneggiatura, con effetti speciali di buon livello (su tutti, l'impressionante fiume di sangue durante la prima piaga). La storia non esalta e procede con ritmo discreto, ed anche la Swank dà impressione di stanchezza e noia; ma la confezione è ben infiocchettata e tutto sommato si lascia ammirare. Qualche prevedibile effetto sonoro in meno a favore di un mistero meglio congegnato non avrebbe guastato.

Per apocalittici e santoni. ♥♥½

Il caso Thomas Crawford

Antony Hopkins uccide la moglie fedifraga e poi si costituisce. Ma è solo il primo tassello di un architettato piano diabolico atto a sputtanare il poliziotto che l'ha arrestato, a.k.a. l'amante di lei. Assunta l'autodifesa in tribunale, giocherà al gatto-vs-topo con un giovane avvocato sbarbatello (Ryan Gosling), dimostrando ancora una volta di saper essere tanto crudele quanto raffinato pur senza mangiare cervelli con fave e chianti. Un legal thriller ben costruito che ripropone il tema del delitto perfetto.

Per i fanatici di Perry Mason. ♥♥♥

domenica 20 dicembre 2009

17 again

Uomo sfortunato nasce nel corpo (e nel fisico) di Zac Efron ed invecchia in quello di Matthew Perry (il Chandler di Friends). Non c'è limite alla sfiga, ed infatti perde il lavoro, ha due figli che lo considerano un imbecille, ed una  moglie che sta per ottenere il divorzio. Sull'onda dei bei ricordi esprime il desiderio di "ritornà bambino": un bidello dalle doti mistiche lo accontenterà. Risorto come Efron, si farà aiutare dall'amico d'infanzia per poter adempiere alla sua missione: infondere coraggio al figlio timido ed impacciato, evitare che la figlia diventi una zoccola, e ricucire il rapporto con la quasi ex moglie. Commedia disneyana dal sapore natalizio che ribalta la storia ed i guai del celeberrimo Big con Tom Hanks, dimostrando quanto non solo sia difficile essere un adolescente nel corpo di un adulto, ma lo sia altrettanto essere un uomo nei panni dell'adolescente che fu. Si ride di gusto verso l'inevitabile happy ending, tra citazioni tratte da vari film di fantascienza, gag e dialoghi dal doppiosenso facile, e svariati e doverosi lapsus freudiani.

Per nostalgici e giovani dentro. ♥♥♥